La credenza di un luogo oltre la morte, in cui coloro che in vita si sono macchiati di orrendi peccati vengano puniti è diffusa in gran parte delle culture del mondo. In italiano moderno questo luogo si chiama Inferno, nell'Antica Grecia si parlava delle bocche di Ade, ai tempi dell'impero romano di Averno. In giapponese, il nome evoca già nelle sonorità un senso di inevitabilità e destino che il nostro vocabolario invidia: in giapponese l'inferno è Jigoku.

E questo è il titolo del più famoso film del regista nipponico Nobuo Nakagawa, alla cui visionarietà il Future Film Festival dedica quest'anno una rassegna decisamente esauriente. Jigoku ci racconta la storia del giovane Shiro, prossimo al matrimonio con la bella Yukiko, figlia del suo professore di Teologia. A spezzare l'idillio è l'ingombrante presenza di Tamura, amico di Shiro, ma dal carattere di segno opposto e dall'etica assolutamente discutibile. Quando i due ragazzi investono per errore uno Yakuza e Shiro vuole costituirsi, la situazione precipita e si innesca una lunga serie di eventi che porteranno morte e disperazione, in un clima surreale e dal forte simbolismo, che evoca involontariamente nello spettatore più accorto un curioso accostamento con l'opera di Kieslowsky.

Ben inteso, il paragone con il regista polacco è alquanto generoso. Questa prima parte del film risulta infatti a volte pesante e scontata, con personaggi assolutamente stereotipati e sicuramente di difficile apprezzamento per un pubblico occidentale, pregna com'è di riferimenti alla cultura e al teatro giapponesi. Risollevano la situazione alcune scelte registiche, di inquadratura e messa in scena, decisamente interessanti.

E' nella seconda parte però che il talento visionario di Nakagawa si rende manifesto. In seguito a una serie di vicende che non riveleremo per non far torto a chi vorrà vedere il film, il protagonista Shiro si ritrova infatti a percorrere la sua personalissima discesa agli Inferi, toccando con mano i terribili supplizi previsti dagli otto inferni buddhisti e incontrandone personalmente il guardiano, Re Enma. Il dolore e il tormento sono palpabili in ogni singola inquadratura, in ogni singolo suono, in ogni singolo dialogo. La ripetizione ossessiva di nomi e frasi, la disposizione dei corpi e gli effetti speciali gore di livello egregio (soprattutto tenendo conto che si trattava di un film a bassissimo budget, una sorta di canto del cigno per una casa di produzione, la Toho, che non aveva mai brillato per qualità) bastano a rendere Jigoku un film da vedere per ogni appassionato del genere, e non mancheranno di lasciare lo spettatore medio con un senso di disagio e inquietudine da cui sarà difficile liberarsi.

Menzione particolare merita Yoichi Numata, che dona il suo volto al diabolico Tamura, offrendo un'interpretazione accattivante e fastidiosa quanto basta, pur risultando a volte un po' troppo “sopra le righe”.

 

(Alessandro Diele, 28/01/2009)

 

Prossimo passaggio: Venerdì 30 gennaio, ore 23.30, Cinema Lumiere

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