L'alienazione
Fumetto - Disco - Film
Fumetto
Autore: Francesco Cattani
Titolo: "Occhi vuoti"
Editore: Autoproduzione, 2005
Quando ci troviamo di fronte ad un’autoproduzione, un piccolo albo scritto disegnato e magari fotocopiato dallo stesso autore, l’istinto è spesso quello di sfogliarlo per vedere se ci troviamo di fronte ad un’opera acerba per una vera e propria edizione oppure, al contrario, ad un disegnatore di talento. "Occhi vuoti" del bolognese Francesco Cattani (lo si può richiedere al ModoInfoshop di Bologna in via Mascarella 24 o direttamente a lui dal suo sito: www.isezionati.altervista.org) appartiene alla seconda categoria. Basta sfogliare l’albo per accorgersene. Sono infatti le complesse ed articolate architetture delle griglie delle tavole che spiccano e incuriosiscono immediatamente.
Leggendo la storia poi, ci si accorge che queste strutture geometriche non sono solo "contenitori" di senso ma ne diventano portatori: "Occhi vuoti" è infatti la storia di un impiegato dell'Ikea - alter-ego dell'autore - che un giorno decide... anzi: accade che un giorno si licenzi dal suo impiego opprimente e privo di qualsiasi interesse senza per questo modificare di un attimo lo scorrere della sua esitenza. Il verbo "decidere" pare infatti non essere qui contemplato, ed è attraverso questo senso di accettazione – solo apparentemente interrotta –, questo lasciarsi andare in un flusso poco più che vitale, che il racconto si dipana senza in fondo dirci nulla, o piuttosto comunicandoci da sotto le scarpe un'inquietudine che non vuole farsi parola e che nel protagonista si risolve nella volontà di uscire da un sistema in cui si sente sempre più pedina di un gioco cinico e spietato. Più che una volontà è però un attestato di esistenza ventilato senza troppa convinzione, o piuttosto una auto-espulsione naturale e neccessaria ai fini della propria sopravvivenza.
Queste aspre tematiche riescono ad essere in "Occhi vuoti" incredibilmente leggere e persino ironiche, sia per il modo in cui è caratterizzato il personaggio che alterna momenti di lucidità ad altri in cui il suo pensiero si assenta, sia per il fatto che il tragico, nel fumetto, e a causa dell’ambiguità bidimensionale con la quale cerca di misurarsi con la realtà, diventa quasi sempre ironico.
Il doppio registro - artificiale vs umano - è veicolato da un insolito uso delle vignette dove la centralità del protagonista viene glissata alternando due tipi di sguardo ugualmente asettici e stranianti – ravvicinato e allontanato - ritmati a loro volta dalle costanti inquadrature di un orologio che incurante di ogni accadimento umano definisce con una precisione da metronomo il tempo entro il quale dovrebbe agire l’impiegato, il cui ritardo nel timbrare il cartellino sottolinea una stonatura che non tarderà a farsi sentire. E’ la gestualità più che la parola la chiave di comprensione del (non) carattere del personaggio, schiavo suo malgrado della grande architettura (concreta e ideale) che lo imprigiona mentre compie una scontata e irritante ritualità quotidiana.
E’ forse arbitrario scorgere nell'ossessione dichiarata di Cattani per i palombari la matrice delle architetture da lui descritte come scatole fluttuanti nello spazio ma è proprio questo che sembrano essere, specialmente la sala fumatori in cui si incendia un vivace diverbio tra colleghi che vista da fuori fa emergere non solo la piccolezza e il senso del ridicolo che suscitano gli esseri umani osservati da una dimensione "oggettiva", ma anche un’angoscia e un’oppressione comunicate dal fatto che rimangano ingabbiati non desiderando fuggire da questo tipo di realtà, consumando le loro misere esistenze al servizio di una grande e potente multinazionale (non a caso) dell’arredamento.
Solo il lettore può intuire ad un livello cosciente quello che in loro resta semplice riflesso nervoso, ma è proprio da un’iniziale percezione visiva che anche il lettore, sfogliando distrattamente le pagine di “Occhi vuoti”, si prepara ad entrare in una gabbia grafica che diverrà presto sensata grazie all’insistita bidimensionalità delle costruzioni spaziali, simili a progetti architettonici in cui l’uomo è contemplato e misurato come un oggetto tra gli oggetti.
(Samantha Luciani)
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Disco
Autore: The Notwist
Titolo: "Neon Golden"
Etichetta: City Slang, 2001
"No matter what we say, no matter what we think. We will never, will never, leave this room. What are we going to do about this?"
I tedeschi Notwist non sono un gruppo facilmente identificabile, non solo perchè hanno all’attivo più collaborazioni che dischi pubblicati ma anche perché ogni volta che ne pubblicano uno è esattamente ciò che non ti aspetti che sia. Dagli esordi punk e hardcore traghettano con indifferenza verso atmosfere folk che in "Neon Golden" diventano electro-pop. E quando per descrivere un disco si ri(n)corre ad un pastiche di etichette solitamente utilizzato da critici musicali asserviti al discografico di turno è perché il disco è davvero imprendibile (e in questo caso anche imperdibile). Ad un ascolto superficiale lo si potrebbe considerare un prodotto di elettronica minimalista con eleganti aperture pop e insolitamente sporcato da suoni da vinile, ma poi ci si accorge della complessità con cui si sviluppano le orchestrazioni e quando finalmente le comprendiamo arrivano pezzi come "Neon Golden" e non si capisce in che modo siamo finiti nel deserto americano.
L’uso degli archi ("One step inside doesn’t mean you understand" o "Solitaire") connota il disco con un carattere malinconico e a tratti romantico (come nella bellissima "Consequence") che si esprime però in silenzio, senza clamore né esagerazioni. E’ una malinconia le cui ragioni si ritrovano nei testi, dove si ripete con ossessione il tema di un luogo – più mentale che fisico - che non si può ("When life is a loop, you’re in a room, without a door") o non si vuole lasciare più per inazione che per volontà vera e propria ("Leave me paralyzed, love. Leave me hypnotized, love").
Colpisce in questo disco il contrasto tra quanto l’aspetto puramente musicale suggerisce, un senso di leggera e velata malinconia, e ciò che invece i testi esplicitano attraverso la voce flebile e un po’ sofferente di Markus Acher, che canta timidamente una condizione di monotonia e di distacco dalla realtà quasi monologando, senza pretendere di essere ascoltato ("…I’m not in this song"), disilluso ormai nei confronti di ogni cambiamento che lo trarrebbe al di fuori della propria solitudine esistenziale. Il contrasto però non sembra più tale se si considerano le parole come l’esito di una riflessione che si risolve musicalmente in una non-tensione e dunque in un senso di leggerezza.
La copertina di "Neon Golden" presenta un cerchio nero tratteggiato su uno sfondo rosso, la metafora visiva più appropriata a questo disco, dove l’uso del loop risulta strumentale non solo alla creazione di atmosfere dove la scansione del tempo si fa ripetitiva, trascinata e in certi casi quasi opprimente ma anche alla definizione di tematiche chiaramente espresse in pezzi come "Trashing Days" o "This Room", nei quali la monotonia dell’esistenza viene accettata né più né meno con una semplice alzata di spalle.
(Samantha Luciani)
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Film
Autore: Steven Soderbergh
Titolo: Bubble, USA, (2006)
In soli 74 minuti questo film analizza con una ferocia silenziosa la grigia condizione della provincia americana, tremendamente uguale in ogni opera letteraria, cinematografica e fumettistica degli autori statunitensi.
Il regista racconta con una tecnica digitale low-fi la vita di Martha e Kyle, la tipica donna obesa americana e il tipico ragazzotto che lavora giorno e notte per potere un giorno comprarsi l’automobile. I due sono amici e colleghi alla fabbrica di bambole della città, dove Soderbergh compie lunghe riprese a campo fisso sui procedimenti di produzione che valgono come metafore visive delle facce e degli atteggiamenti dei protagonisti il cui sguardo vuoto – imbambolato - riflette il modo in cui le loro vite si trascinano inutilmente, scandite senza un perché e senza un’apparente via d’uscita dalle operazioni primarie che permettono all’uomo una sopravvivenza giorno per giorno: mangiare, lavorare, dormire. Ma nemmeno il mangiare è un sollievo al vuoto intorno perché il cibo viene ingerito con la stessa preoccupazione con cui gli operai fabbricano le bambole, quasi l’avveramento di ciò che in "Tempi moderni" Charlie Chaplin raccontava nella scena in cui Charlot veniva imboccato da una macchina, generando in quel modo un inciampo comico che in "Bubble" non trapela neanche un attimo.
La trama-che-non-c’è virerà grazie alla comparsa di un personaggio che catalizzerà con esiti tragici la solitudine e la malinconia di questi rapporti, la giovane ed avvenente Rose, ragazza madre appena assunta in fabbrica che risulterà funzionale alla rottura di quella monotonia, suscitando in Kyle e Martha due passioni che si riveleranno fatali. Kyle è visibilmente emozionato da questa presenza mentre sul viso di Martha si può cogliere una inespressa invidia che si renderà evidente quando Rose chiederà a Martha di farle da baby-sitter per concedersi una serata in compagnia, scoprendo solo all’ultimo che sarà proprio Kyle il fortunato accompagnatore. Al ritorno di Rose, che sempre più si scopre non essere proprio un animo candido, scoppia una lite tra questa e il suo ex il quale andatosene lascia Rose con i nervi tesissimi che Martha incautamente tocca con una innocente domanda. L’azione termina qui e la giornata successiva riprende con la solita routine finchè qualcuno non fa sapere che Rose è stata trovata morta nel suo appartamento. Segue la narrazione delle indagini, degli interrogatori, della bocca di Martha che dice di essere innocente ma i cui occhi non recitano altrettanto bene, anche se affiora la possibilità che lei sia davvero convinta della sua innocenza, quasi che le sue mani non abbiano sentito la differenza tra montare bambole, mangiare, strangolare.
La pellicola poteva forse concedere qualche quarto d’ora in più alla descrizione della monotonia della provincia americana, immedesimandoci così per un tempo più esteso, facendoci soffrire un po’ di più, nell’assurdità di quei gesti inumani compiuti da attori perfettamente sconosciuti, privi anche di quel poco di personalità che un viso noto può proiettare sul personaggio interpretato.
(Samantha Luciani)
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Ulteriori approfondimenti
Per chi volesse ulteriormente approfondire il tema dell'alienazione, ecco altre fonti interessanti:
- Fumetti:
- Adrian Tomine, "Sonnambulo e altre storie", Bologna, 2001
- Chris Ware, "Acme Novelty Library", USA
- Jason Lutes, "Giara di stolti", Bologna, 2000
- P. Auster - D. Mazzucchelli - P. Karasik, "Città di vetro", Bologna, 2005
- Guy Delisle, "Pyongyang", Roma, 2006
- Libri:
- Albert Camus, "Lo straniero", 1942
- George Orwell, "1984", 1949
- Raymond Carver, "Da dove sto chiamando", Roma, 2003
- Dischi:
- Robert Wyatt, "Rock Bottom", 1974
- Kraftwerk, "The Man Machine", 1978
- Joy Division, "Closer", 1980
- Radiohead, "Amnesiac", 2001
- Film:
- Ugo Gregoretti, "Il pollo ruspante", episodio di "Ro.Go.Pa.G.", 1963
- Michelangelo Antonioni, "Deserto rosso", 1964
- Jean-Luc Godard, "Due o tre cose che so di lei", 1966
- Marco Ferreri, "Dillinger è morto", 1969
- Stanley Kubrick, "Arancia meccanica", 1971
- Robert Altman, "America oggi", 1993