Kensuke Suzuki parla a voce bassa, con aria rispettosa e umile, gli occhi puntati timidamente sulla cattedra davanti a lui. Fa un'osservazione al pubblico, poi bisbiglia qualcosa al traduttore, che sorride, dopodiché si rimette in ascolto, annuendo ogni tanto.

Sala del Quadrante a Palazzo Re Enzo non è grande, né particolarmente affollata, tuttavia il pubblico della tavola rotonda che si è tenuta domenica 1 febbraio è composto dai classici pochi ma buoni: fan, giornalisti, appassionati di cinema, tutti ansiosi di approfondire la conoscenza di una figura piuttosto sconosciuta in Italia, ma che ha dato alla cinematografia mondiale un contributo determinante. Kensuke Suzuki è infatti a Bologna per parlare di quello che per lui era un buon amico, un mentore, in certi frangenti una figura paterna. E' qui per parlare di Nobuo Nakagawa, signore dell'Orrore.

Insieme a Suzuki c'è Andrea Bruni, critico cinematografico, che introduce l'incontro con un interessante excursus storico. Il cinema giapponese, ci tiene a precisarlo, non è solo il cinema di Kurosawa e compagnia, ma ha una tradizione antica quanto il cinema occidentale. Tutto merito di Inabata Katsutaro, un mercante che, giunto in Francia per motivi di lavoro alla fine del diciannovesimo secolo, ebbe modo di conoscere di persona Auguste Lumiere e, affascinato dalla sua innovativa invenzione, gli chiese il permesso di portare in Giappone una macchina da proiezione. Lumiere accettò di buon grado, a patto che oltre alla macchina portasse con sé anche un operatore francese, che potesse così riprendere e documentare gli usi e i costumi nipponici. Fu così che già nel 1896 nel paese del Sol Levante si diffuse il cinematografo.

Da allora, il cinema ha accompagnato il Giappone attraverso la sua Storia, generando nuove professionalità e nuovi approcci alla recitazione e superando un lungo periodo post-bellico di censura perpetrata dai vincitori del conflitto, che attraverso un organo specifico, la CIE, si proponevano di cancellare ogni riferimento esplicito alla cultura giapponese nelle arti e quindi anche nel cinema, giungendo al paradosso di vietare la distribuzione di film in cui fossero presenti personaggi in kimono. Questo non rallentò il cinema giapponese, che fece di necessità virtù e approfitto di questi limiti irrevocabili in maniera originale e inventiva: dovendo forzatamente abbandonare tutto il genere chambara (cappa e spada giapponese), gli autori del tempo iniziarono a traslare i concetti e i principi di quel genere a uno più spiccatamente occidentale come quello noir, in cui a sostituire la figura del ronin, del samurai senza padrone, troviamo lo yakuza solitario.

Ad ogni modo la censura americana si esaurisce completamente nel corso degli anni Cinquanta. Nel frattempo il cinema orientale viene sdoganato all'estero: determinante a questo proposito la vittoria al festival di Venezia del film Rashomon di Kurosawa nel 1951. Frattanto nascono varie case di produzioni giapponesi piuttosto importanti, come la Nikkatsu e la triade Toho, Shochiku e Daiei. Da una costola della Toho nasce poi la Shintoho (letteralmente la "nuova Toho"), che produrrà tutti i film horror di Nakagawa.

E qui Andrea Bruni interpella Suzuki, che finora ha taciuto assorto. Suzuki riflette un attimo, fa qualche precisazione su quanto appena detto e poi si tuffa nel passato, suo e di Nakagawa, e inizia a delineare un quadro preciso del regista, plasmando un'immagine quasi eroica, di uomo d'arte ma soprattutto di persona umanamente molto matura, concentrandosi ovviamente sulla sua produzione horror, cui è dedicata la retrospettiva del Future Film Festival 2009, ma che costituisce a malapena il dieci percento della sua filmografia.

Quando Nakagawa si avvicina al cinema dell'orrore ha già cinquantuno anni, è un uomo e un autore pienamente consapevole e padrone del mezzo cinematografico. E' il presidente della Shintoho a commissionargli nel 1957 il suo primo film di genere, Kaidan Kasane ga Fuchi (The Ghosts of Kasane Swamp), in un momento in cui Nakagawa versa tra l'altro in pesanti difficoltà economiche, cui s'è dovuto abituare già dalla sua infanzia. Iniziare a narrare storie di fantasmi non fu dunque una scelta artistica, ma prettamente economica, dettata dalle necessità. E così sarà per i sette successivi film dell'orrore, tutti girati su richiesta di Shintoho: Kenpei To Yurei (Il militare e lo spettro), Borei Kaibyo Yashiki (Black Cat Mansion), Tokaido Yotsuya Kaidan (The Ghost of Yotsuya), Onna Kyuketsuki (The Lady Vampire), il suo capolavoro Jigoku (Hell), Kaidan Hebi-Onna (Snake Woman’s Curse) e Kaiidan Ikiteiru Koheiji (The Living Koheiji).

Emerge dunque la figura di un autore apparentemente riluttante al genere che in qualche modo l'ha consacrato. Ciononostante (e in caso contrario non saremmo qui a parlarne) i risultati sono eccezionali, segno da un lato di estrema professionalità, spia dall'altro di un preciso approccio alla regia e all'arte. Nakagawa infatti, ci ricorda Suzuki, aveva un motto che ribadiva continuamente, quasi fosse un mantra: «è possibile vendere la propria vita e le proprie capacità, ma il proprio cuore non lo si vende a nessuno». E' così che, attraverso un genere che fino ad allora non aveva sentito suo, Nakagawa riesce a raccontare storie di universali e portare avanti una sua personale riflessione etica e morale sulla prevaricazione e la sofferenza dell'uomo. Il tutto ovviamente valorizzato da una tecnica impeccabile, una ricerca visiva e cromatica costante e con l'ulteriore merito che viene dall'aver sempre lavorato con budget risicatissimi.

Ed è così che, ridendo e scherzando, ai paragoni con altri maestri dell'orrore a lui contemporanei (con riferimento diretto a Mario Bava e Roger Corman) si sostituiscono paralleli e confronti con un altro cinema, più raffinato, potremmo dire di serie A, quello di Federico Fellini e di Luchino Visconti. Confronti dai quali Nakagawa non esce di certo sconfitto, ma che al contrario dimostrano la sua influenza su realtà artistiche a lui così geograficamente lontane e ci dimostra cosa sia possibile fare con generi e stili solitamente considerati “minori” e di nicchia.

Kensuke Suzuki accenna un inchino e ritira il suo meritatissimo applauso, ringrazia chi gli ha dato la possibilità di discutere nuovamente di una persona (non solo) per lui tanto importante e sorride. Per un attimo sembra fare un cenno di approvazione all'invisibile spirito dello stesso Nakagawa, che - Suzuki l'ha rivelato già a metà conferenza - ci ha tenuto compagnia per tutto il tempo, ascoltando con interesse e curiosità i vari interventi, onorato per l'infinita ammirazione espressa dai presenti.

 

(Alessandro Diele, 2/2/2009)